Bell’Italia fra sismi, vulcani, frane, alluvioni e ….fannulloni

Ieri Madre Natura ci ha rammentato ancora una volta quanto precarie possano essere la nostra esistenza e le nostre false certezze.

Abbiamo un territorio bellissimo (che abbiamo “sfregiato” in vario modo) e allo stesso tempo molto pericoloso per tutta una serie di ragioni legate alla morfologia e alla tettonica dei luoghi.

Finora abbiamo fatto di testa nostra, senza curarci minimamente o quasi di quanto ci contorna o abbiamo sotto i piedi.

Eppure di segnali in passato e di evidenze osservabili anche con occhio distratto ne abbiamo avuti parecchi.

Solo un atteggiamento apatico ed elusivo può non notare che costruire sulle pendici di vulcani attivi (o presunti inattivi), sulle sponde di torrenti o corsi d’acqua dall’apparenza “tranquilla” e bucolica, sui costoni ripidi di colline instabili o in aree storicamente esondabili è altamente rischioso, come poi matematicamente viene a verificarsi nel corso di anni e di secoli.

E’ giunto il momento non più rinviabile che si inizi ad affrontare il problema sotto una angolazione diversa da quella tenuta fino ad oggi, redigendo una normativa univoca e globale che comprenda tutte le problematiche a rischio e che, per ognuna o più di queste congiuntamente, preveda le modalità realizzative sia architettoniche che strutturali cui strettamente attenersi senza alcuna deroga in corso d’opera.

Quindi si dovrà redigere entro brevissimo tempo (ad esempio un mese) un “piano nazionale di messa in sicurezza” in cui per ogni comune siano specificati:

  • i tipi di rischio (sismico, vulcanico, idrogeologico, ecc.);

  • il grado di rischio (catastrofico, medio, basso, ecc.)

  • la previsione o attendibilità del medesimo (imminente, a medio termine, a lungo termine).

Sulla base di queste prime indicazioni si procederà ad una perimetrazione delle varie aree soggette a rischio e alla adozione delle relative misure cautelative o coercitive (se del caso demolizioni e sgomberi forzati per manufatti ad altissimo rischio per gli utenti o la collettività).

I passi da attuare contestualmente saranno:

  • messa in sicurezza di tutti i manufatti pubblici (scuole, ospedali, uffici, infrastrutture primarie quali dighe, ponti, viadotti, acquedotti, elettrodotti, porti, aeroporti, centrali elettriche) procedendo da quelle a rischio più elevato o immediato;

  • individuazione di aree ritenute “sicure” su cui sviluppare le future attività antropiche (abitazioni, attività industriali/artigianali, centri commerciali, uffici, ecc.);

  • accertamento dell’adeguamento ai diversi tipi di rischio dei manufatti esistenti sia civili che industriali;

  • redazione di un piano di recupero/demolizione/riedificazione in altro luogo dell’esistente in base al diverso grado di rischio e ai tempi di ritorno degli eventi catastrofici (probabilità o frequenza storica degli stessi).

Per quanto riguarda il patrimonio storico/culturale nazionale e locale dovranno essere valutati attentamente i costi/benefici del loro recupero o messa in sicurezza.

Qualora i costi si dimostrassero eccessivi o proibitivi, purtroppo, si dovrà scegliere fra l’investimento volto comunque alla messa in sicurezza delle persone e delle attività produttive in nuove strutture o dare la precedenza alla cultura sacrificando il resto.

Un’ultima osservazione: vivo a Capena, un paese della cintura nord di Roma e poco tempo fa hanno allargato una strada di campagna; bene, sul tratto sbancato in trincea sono riapparse le tracce di vecchie eruzioni dei vulcani dei monti Sabatini (quelli intorno al lago di Bracciano, per intenderci).

Praticamente su una parete alta circa tre metri sono apparsi 4 strati di ceneri vulcaniche intervallati fra strati di terreno inerte dello spessore di circa mezzo metro con intervalli piuttosto regolari.

L’ultimo strato di lapilli appare vicino alla superficie, facendo presumere che l’ultima eruzione non sia avvenuta in tempi troppo remoti.

Quello che mi ha insospettito è l’insolita regolarità con cui si sovrappongono gli eventi, tenendo conto che tali vulcani sono dati oggi per inattivi.

Siamo proprio così sicuri del fatto?

O in un futuro, seppur remoto, ci saranno nuove catastrofiche eruzioni che potrebbero interessare anche l’area metropolitana di Roma?

Ecco, noi conosciamo assai poco i nostri territori o ignoriamo i pericoli che possano celare, ma Madre Natura se ne “frega” alla grande della nostra ignoranza.

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