Lo “spread” edilizio – I danni prodotti da mezzo secolo di “anarchia” urbanistica.

Le immagini che qui vi sottopongo ad attenta osservazione “fotografano” impietosamente quello che è accaduto al nostro territorio nazionale nell’arco degli ultimi 50 anni.

Le foto prese da Google Earth purtroppo non possono andare così indietro nel tempo, limitandosi agli ultimi 15 anni, ma sono già sintomatiche.

La prima mostra una porzione del territorio del comune di Capena al giugno 2002.

La seconda riporta la stessa area quasi 15 anni dopo (ottobre 2016).

Vi posso garantire che fino a 40 anni fa nell’area in questione non c’erano fabbricati, ma solo campagna, terreni floridi coltivati a frumento, vigneti e ulivi.

Nella terza foto, che abbraccia un’area più vasta comprendente i centri urbani sia di Capena che di Fiano Romano, ripresa sempre nell’ottobre 2016, sono ben visibili le zone edificate che ricoprono come una ragnatela quelli che un tempo erano terreni agricoli. In basso, quasi al centro con la dizione “Prato della Corte”, spicca su tutte la zona industriale di Fiano Romano con alcuni capannoni mai utilizzati o abbandonati causa crisi prolungata.

Qualcuno potrà obiettare che questo è il progresso, fonte di ricchezza e di opportunità. Nulla da eccepire sulla necessità umana di progresso economico e sociale, ma siamo proprio sicuri che la via intrapresa da noi sia quella giusta?

Era proprio necessario “sporcare” e compromettere larghe fette di territorio ad uso agricolo con “casettopoli” e “villettopoli” sparse qua e là? Non sarebbe stato meglio organizzare zone di espansione urbana a ridosso dei centri abitati in cui realizzare sia edilizia di tipo economico che villini, magari con servizi pubblici (piazze, giardini, uffici, scuole, ecc.) e privati (bar, negozi, artigianato, studi professionali, ecc.) adeguati?

Abbiamo creato solo delle zone “dormitorio”, prive di qualsiasi centro di aggregazione sociale. Ma non solo, oltre a deturpare il suolo e il panorama, abbiamo impegnato molte più risorse per dare servizi al limite della decenza (strade, fogne, acqua, luce, telefoni, posta, scuolabus, trasporti, ecc.) ad urbanizzazioni dispersive e disarticolate.

Tutti questi costi extra, non ultimi quelli crescenti degli oneri di gestione/manutenzione dei vari servizi e sotto-servizi, non hanno fatto altro che aumentare il debito pubblico e i carichi fiscali sia dei singoli che della collettività al punto da non essere più sostenibili. Infatti già oggi molte abitazioni risultano in vendita o abbandonate per carenza di acquirenti e di appetibilità commerciale.

C’è da stendere poi “un velo pietoso” sui vincoli idro-geologici e sismici violati in barba a tutte le normative vigenti, con i risultati “tangibili” cui assistiamo quasi quotidianamente.

Un altro aspetto, tutto da approfondire, è quello delle pseudo zone industriali/artigianali di cui si è fatto un uso smodato, riempiendo di futili e onerosi capannoni un po’ tutto il paese ed in particolare le aree più marginali e depresse del Sud grazie ad una messe di contributi a fondo perduto erogati dall’allora Cassa del Mezzogiorno e da una pletora di “fondazioni” ed enti inutili e parassitari preposti strumentalmente all’emersione dal sottosviluppo economico e culturale di ampie porzioni di territorio. L’unica cosa di fatto emersa sono state le inchieste giornalistiche e della magistratura, nonché le laute prebende di dirigenti e consiglieri di amministrazione.

Non mi risulta che in Francia, Inghilterra, Germania, Austria abbiano spinto così tanto sul “pedale” dell’edificazione selvaggia e incontrollata come da noi, ottenendo il doppio svantaggio di aumentare sia i costi di gestione che quelli dei servizi e al contempo di privarsi di aree produttive e pregiate dal punto di vista sia agricolo che naturalistico; per non parlare dell’inquinamento del suolo e dell’aria prodotto da scarichi spesso fuori norma e da immondizia di ogni genere abbandonata selvaggiamente lungo le strade ex rurali.

A.A.

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